Amara e Rossa Sicily-a: un amaro da amare!

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Amara e Sicilia, due termini apparentemente discordanti, perchè dolce è la Sicilia, per definizione. Palermo dunque. Eravamo rimasti da Ciccio Passami l’Olio… e non solo quello: perché da Ciccio c’è molto di più! Te ne accorgi se hai il privilegio di condividere il tempo del convito parlando con Eugenio Randi, elegante e distinto fondatore di questa attività, capace di donare nobiltà al termine ristorante. Profondo conoscitore della sua terra e della lotta interna che l’ha lacerata negli anni violenti in cui il braccio truculento della mafia non era teflonato dalla parvenza di quiete degli ultimi anni, Eugenio è tetragono e pugnante nel raccontare la sua politica, sia come uomo che come ristoratore, per il quale vanta il pionieristico blasone di primo locale No-Pizzo a Palermo.

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Particolare della Cattedrale di Palermo

Amara e Rossa Sicily-a: un amaro da amare!

Il filo conduttore cibo-politica non cede mai di un millimetro, neanche, anzi soprattutto, a fine pasto quando Eugenio ci chiede se può omaggiarci con l’assaggio di un digestivo locale. Nel bicchiere entra un liquido ambra, dai riflessi brillanti; le note agrumate di buccia d’arancia e miele di zagara, rievocano visceralmente questa terra antica; in bocca è piacevolmente bilanciato, ben lontano dalla volgare dolcezza degli amari di oggi. Amara è il nome sulla bottiglia, Rossa Sicily quello dell’azienda che lo produce. Insomma, chi ha visto nella prima parte del titolo una vena di politica… aveva ragione! Amara è il primo liquore prodotto con arance rosse di Sicilia, allevate alle pendici dell’Etna, le stesse commercializzate nell’isola e in tutta Italia fino all’invasione barbarica delle arance estere.

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Amara, digestivo a base di arance rosse della Piana di Catania. Credit photo: Rossa Sicily

Anche la Sicilia, madrepatria globale degli agrumi di qualità, ha subito la falcidia dell’import, soprattutto quello proveniente da Egitto e Marocco, edificato sul deprezzamento miope dei prodotti agricoli. I dati sono chiari: nel 2013 in Italia e’ stato importato il 26% in più di arance rispetto all’anno precedente, 220,6 milioni di chili per un valore di 125,6 milioni di euro. I dati ufficiali sono quelli della Coldiretti Sicilia, che palesano le ragioni della crisi agrumicola e dimostrano come gli accordi internazionali rispettino la legalità, ma spesso, e al contempo, sfociando in una disonestà che premia le multinazionali delle bibite gasate, piuttosto che gli agricoltori. Di fronte a tutto questo Rossa Sicily non si è persa nell’accettazione di un disgraziato status quo, ma ha incarnato l’einsteiniano pensiero secondo cui la “crisi è una benedizione”; e qui lo è stata per tutti quelli che hanno incontrato l’Amara bottiglia!

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La Piana di Catania e le sue distese di aranci. Sullo sfondo l’Etna.

L’incontro con Giuseppe Fabio Librizzi, giovane co-fondatore di Rossa Siciliy, ha esteriorizzato un’immagine dinamica e determinata di questa nuova realtà siciliana, con un profondo amore per le proprie origini: Fabio spiega in modo essenziale come l’arancia rossa sia legata in maniera inscindibile alla Piana di Catania: “E’ grazie a questo microclima, all’ombra del Vulcano, con le sue escursioni termiche, e alle caratteristiche del terreno, che le arance riescono a pigmentarsi di quel particolare rosso rubino; altrove non sarebbe possibile in egual maniera”. Amara sembra quasi essere uno strumento di perseveranza per concedere opportunità ai giovani siciliani, da generazioni costretti all’esodo dalle campagne; lo chiediamo proprio a Fabio: “Negli ultimi decenni, purtroppo, si è preferito dedicarsi ad altre attività a discapito di quelle agricole. Per fortuna oggi, a piccoli passi, si sta cercando di riappropriarsi di tutto ciò che la nostra meravigliosa terra riesce a darci”.

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Le arance rosse con cui viene prodotto Amara. Credit photo: Rossa Sicily.

Ma è alla domanda su come nasce Amara, che Fabio non cela più tutto il suo orgoglio sicano: “Nasce per cercare di valorizzare e far conoscere un’eccellenza come l’arancia rossa a livello globale e per far suscitare interesse verso questo meraviglioso frutto e le sue proprietà”. Avete avuto problemi nel far partire questa esperienza imprenditoriale in una terra ancora “difficile” come la Sicilia? “Nulla è facile in tutte le parti del mondo; noi ci riteniamo fortunati nell’essere nati in una terra che ci dà innumerevoli spunti da poter coltivare. Siamo sicuri che l’impegno, la costanza e l’investire in prodotti genuini e naturali, darà sicuramente i suoi frutti nel tempo”. Le parole di Fabio, asciutte ma fiere, rivelano un approccio positivo e determinato verso l’attuazione del motto Slow Food che recita: “Mangiare è prima di tutto un atto agricolo”. Io affermo che bere è un atto politico, e qui ne ho avuto le prove!

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L’entrata di Ciccio Passami l’Olio a palermo

Per cui, se viaggiate in quel di Palermo e vi fermate a mangiare una pizza di farina di Tumminia da Ciccio Passami l’Olio, a fine pasto non esitate: ordinate non un bicchierino, ma una bottiglia di Amara, da portare a casa, da custodire sotto l’albero di Natale, da sorseggiare con calma. E assaporate la Sicilia.

di Raffaele Marini

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