Sfrutta Zero. Sei sicuro di conoscere il pomodoro buono?

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Sfrutta Zero, l’oro rosso fuori Mercato.

Prima era l’oro nero, puzzolente e unto del petrolio che alimenta il nostro mondo invecchiato. Poi la preziosità dell’oro blu, quell’acqua sempre più scarsa, che non riesce ad inumidire le terre arse dal sole di un pianeta in costante warming alert. Ora è l’oro rosso. L’Italia conta su un giro d’affari di 1,5 miliardi di Euro, terzo Paese dopo Stati Uniti e Cina per trasformazione e conservazione; con un mercato tristemente in crescita grazie alla competitività dei prezzi. Parliamo di pomodoro; del frutto, della passata, dei pelati. Di quei solchi lunghi e dritti che si snodano nelle campagne pugliesi, lucane e campane, come un reticolato di sangue e umanità. O disumanità.

Un mercato che conta su manodopera a basso costo.

Il pomodoro è equazione innegabile di sfruttamento e caporalato. Lo è da quando la sua raccolta è diventata volano per l’economia di una certa parte del nostro Paese. Lo è ancor di più da quando reperire manodopera a basso costo, spesso bassissimo, è diventato così facile. La crisi economica, endemica e profonda, ha immesso sul mercato intere categorie umane costrette a svendere la loro ricchezza di tempo e manovalanza, in nome di una necessità di sopravvivenza che non si conosceva dal secondo dopoguerra. Sono soprattutto donne, ma anche giovani senza alternative, ad assurgere giocoforza a soggetti di una cronaca nera che racconta di morti sul lavoro sotto il sole cocente per due Euro l’ora, vergogna e insulto alla dignità umana.

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La raccolta dei pomodori nelle sterminate campagne del Sud Italia. Credit photo: La Banca degli Appunti.

Schiavitù dissimulata e agricoltura.

A questo si aggiunge la voce senza identità di una migrazione che sempre più assume i connotati di una tratta. Una schiavitù dissimulata che alimenta organizzazioni e speculazioni di un Risiko internazionale in cui l’uomo diventa merce, spostato come pedina da luoghi divenuti o fatti divenire invivibili e scaricato dove la domanda si fa sempre più impellente. Travolti da una disumanizzazione che tutto giustifica e tutto accetta. Inchieste giornalistiche e giudiziarie hanno scoperchiato il vaso di Pandora di uno sfruttamento capillare, di soprusi, di violazione dei diritti umani. E i tentacoli di questa piovra si allungano ben al di là del Meridione d’Italia. Arrivano fino all’Africa nera, ai Balcani, all’Europa dell’est, al Bangladesh. Raccontano di profughi politici, ambientali, economici.

Nel 2016 il Caporalato è stato riconosciuto come reato.

Uomini e donne privati di dignità e diritti, svenduti a pochi euro e prigionieri di vere e proprie bidonville sparse nelle campagne più remote della nostra Italia agricola. Solo le rivolte di Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro, e quella dei Sikh sfruttati nell’Agro Pontino hanno svelato una schiavitù silente, ma strutturata intorno ad un sistema di mafie e agricoltura. Si chiama caporalato, conosciuto fin dalla fine dell’Ottocento e solo nel 2016 riconosciuto come reato, dopo un iter legislativo durato cinque anni. Può non sembrare, ma stiamo parlando di pomodoro! Perché la conoscenza che guida le nostre scelte diventa la discriminante tra complicità e cambiamento. Un cambiamento che si realizza tra i banchi dei supermercati, leggendo tra le righe delle etichette informative della passata che acquistiamo. “Musse, Sudanese, contadino libero”. “Andrea, Italiano, contadino libero”.

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Le etichette della salsa di pomodoro Sfrutta Zero. Credit Photo: Sfrutta Zero

Sfrutta Zero, un progetto di produzione dal basso.

Sfrutta Zero è una rete di auto-produzione del pomodoro libera dal caporalato, di tipo cooperativo e mutualistico. Un progetto importante di produzione dal basso, promosso da Diritti a Sud di Nardò, Netzanet Solidaria di Bari e, con l’etichetta Funky Tomato, dall’Osservatorio Migranti Basilicata/Fuori dal Ghetto, di Palazzo San Gervasio a Venosa, in provincia di Potenza. Un progetto che parte dall’assunto per cui, per uscire dallo sfruttamento, occorre rompere le catene che legano datori di lavoro e braccianti, produttori e consumatori, sempre più sottoposti al giogo del prezzo al ribasso delle grandi catene di distribuzione. Mutualismo, cooperazione, controllo delle terre. Parole lontane, annoverate negli anni della lotta sociale e della riforma agraria. Oggi tornate in auge grazie ad una nuova sopraffazione che finisce dritta sulle nostre tavole.

Sfrutta Zero, la riappropriazione della produzione.

Ispirata e legata ai movimenti contadini in giro per il mondo, dai Sem Terra brasiliani al Soc Sat andaluso, Sfrutta Zero si muove attraverso un percorso di cooperative che parlano la lingua dell’integrazione, sociale e culturale. Che praticano un’agricoltura che si riappropria di immobili abbandonati, tutela la terra e la biodiversità applicando il principio no fitofarmaci. Sfrutta Zero rientra all’interno di Fuori Mercato, un circuito di produzione e distribuzione che lega varie realtà contadine e artigiane lungo tutto lo stivale, da RiMaflow a SOS Rosarno, dagli agrumi, ai formaggi, alla ‘nduja. E se nel 2015 la passata di pomodoro prodotta da Sfrutta Zero era solo di 1500 bottiglie, nel 2016 si è decuplicata e si prospetta in crescita quest’anno.

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La passata di pomodoro è solo uno dei prodotti con etichetta Sfrutta Zero. Credit photo: Sfrutta Zero

Sfrutta Zero, realtà e non utopia.

Il canale tra produttori e consumatori è diretto. I prodotti sono seguiti per tutta la filiera, dalla piantagione dei semi alla trasformazione, alla distribuzione, permettendo al consumatore di diventare un co-finanziatore di Sfrutta Zero. Un’autocertificazione partecipata assicura la messa al bando del caporalato, un reddito equo per i lavoratori e l’uscita di scena dell’agro-industria. Così Sfrutta Zero si impegna a diventare una realtà e non un’utopia. Un’esperienza che può essere testimone di come possa esistere una terza via economica che racconta di decrescita e di diritti; di sussistenza economica e di nuovo sviluppo. Perché come ha detto uno molto più bravo di me, “essere rivoluzionari oggi significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare*. E magari recuperare ideali.

di Tamara Gori

*Cit. di Franco Arminio

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