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Le Cingolate Spaghetti alla siciliana, la Sicilia fra Ventotene e Gaeta

Spaghetti alla siciliana, la Sicilia fra Ventotene e Gaeta

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Vi racconto la una mia esperienza in barca a vela che ha portato un po’ di Sicilia in un viaggio tra Ventotene e Gaeta: ho preparato un buonissimo piatto di spaghetti alla siciliana in barca a vela.

E’ l’estate del 2002, per me è un periodo transitorio, che vivo da single, dopo essermi separato dalla mia prima moglie. Stare da solo non mi pesa, ma l’idea di passare agosto a Roma, con il caldo torrido, la maggior parte dei negozi e locali chiusi, praticamente nessun amico in città, non è proprio allettante. 

Decido quindi di raggiungere il mio caro e vecchio (nel senso di antico) amico Marzio, compagno di tante bellissime avventure (molte delle quali in barca), che di ritorno dalla Tunisia si trova alle Eolie in barca a vela, per l’appunto. Da velista io stesso, so bene come organizzare il bagaglio per la barca; evito quindi la mega Samsonite rigida, lascio a casa il blazer blu, il frullatore ad immersione, non porto forni a microonde e planetarie e preparo una sacca, piccola, maneggevole, facile da stivare sotto la cuccetta: 4 magliette, 2 bermuda, qualche costume, un cappellino…

Il viaggio non è esattamente come volare in prima classe con Emirates; mattina presto, treno da Roma a Napoli (tanta gente, chiassosa, sudata, invadente, non c’era ancora il Frecciarossa), poi lunga attesa dell’aliscafo, sotto al sole, al Molo Beverello. Qui, assolutamente per caso, incontro Laura, la compagna di un altro caro amico architetto che per lei ha letteralmente perso la testa; vivono una storia molto complicata e travagliata, lei si sta separando, ha figli, lui è in una situazione analoga. Ovviamente non è l’argomento che più stimola in me il piacere per una conversazione, ma tant’è, si tratta di amici.

A proposito di amici, devo dire che Marzio per me è una persona importante, un punto di riferimento, mi trasmette calma, è un tipo riflessivo, raramente o mai nervoso, un intellettuale che nella vita ha fatto di tutto, dall’autore televisivo al gestire una società di costruzioni scenografiche. Grande, e dico grande, marinaio, ottimo velista. Con lui abbiamo fatto tante vacanze in allegria, traversate notturne con delle belle chiacchierate, regate agonistiche, bagni, balli. Marzio.

L’aliscafo parte in orario, c’è tanta gente, un po’ ammucchiata, ma l’aria condizionata per fortuna funziona, il viaggio è lunghetto, dormo un po’. Arrivando da Napoli l’aliscafo fa praticamente il giro di quasi tutte le Eolie, per arrivare nel tardo pomeriggio a Lipari, dove finalmente mi unisco a Marzio, alla sua compagna del momento e ad un’altra ragazza loro ospite che io conosco a malapena, forse l’ho incrociata solo una-due volte a Roma, prima.

Taglio corto sulle giornate a seguire, fatte di sole, mare, acque cristalline, bagni meravigliosi, rilassanti (e talvolta faticose) veleggiate, aperitivi e ottimi pasti…giorni davvero piacevoli.

Sulla strada del ritorno, con la prua rivolta verso Riva di Traiano (dove la barca di Marzio “abita” normalmente) ci fermiamo infine a Ventotene, un isola fantastica, affascinante, profumata, allegra. Come le isole vicine, anche Ventotene fu colonizzata dai Romani. I resti dell’architettura romana sono disseminati in tutta l‘isola; tra le testimonianze meglio conservate c’è sicuramente il Porto Romano, che è anche il centro nevralgico dell’isola. Si tratta di un piccolo bacino scavato nel tufo che ancora oggi protegge le imbarcazioni dai venti e dal cattivo tempo; le grotte di tufo scavate dai romani ospitano oggi negozi, locali, uffici turistici e centri immersioni, mentre all’imbocco del porto, utilizzate tutt’oggi, si possono notare nella parete di tufo le grandi bitte che tenevano ancorate le navi mercantili romane. Bellissima anche la Peschiera Romana che si trova ai piedi del faro. Si può visitare a nuoto, ma rende il meglio di sé con le immersioni, perché attualmente il grosso della costruzione si trova sott’acqua. Si tratta di una serie di vasche collegate al mare tramite canali e percorsi obbligati, che consentivano ai pesci di deporre le loro uova senza poter uscire.

Le vacanze stanno finendo, bisogna tornare al lavoro, si riparte alla volta di casa…

Sono le 7 del mattino, il sole è sorto da poco, oggi c’è poco vento, non possiamo pensare di metterci 3-4 giorni ad arrivare, siamo quindi costretti ad andare a motore; quando siamo più o meno al traverso di Gaeta, però, all’improvviso sentiamo un rumore strano, prima un colpo secco, forte, poi uno strano trambusto, la barca inizia a tremare tutta, qualcosa di poco piacevole, davvero. Fin qui eravamo tutti rilassati, chi a prendere il sole, chi leggeva, chi ascoltava musica. Marzio ed io (gli unici marinai!) cerchiamo di capire cosa è successo, prima di tutto spegniamo il motore, la barca ovviamente rallenta e finalmente smette di ballare la rumba, il rumore va lentamente scemando. Tutti segnali evidenti che il problema riguarda il motore, o la trasmissione. Dopo una breve indagine Marzio scopre che un silent block si è rotto, forse addirittura due.

[ SILENT BLOCK: Sono dei grossi cilindri di gomma dura, con un foro al centro dove passa un tubo di metallo. Attraverso i fori passano dei perni che collegano e assicurano il motore al telaio (in questo caso scafo), servono fondamentalmente ad attutire le vibrazioni tra telaio e motore. ]

Conclusione: siamo in panne, il motore non si può utilizzare, ci sono 2-3 nodi di vento (il che equivale alla cosiddetta calma piatta), rischiamo di non riuscire neanche a dare direzionalità alla barca… che fare?!

C’è solo una cosa da fare, issare le vele (che stanno su a mo’ di mutanda) e riparare su Gaeta, il punto a terra più vicino, per sistemare il tutto; ma dai calcoli fatti (siamo pur sempre a 30 miglia, quasi 50 km) anche a Gaeta arriveremo più o meno a metà ottobre! Ci armiamo di santa pazienza (forse un po’ meno santa, dopo qualche improperio) e puntiamo sul porto Flavio Gioia di Gaeta. Questa è una rotta normalmente abbastanza battuta dalle imbarcazioni da diporto ma oggi, chissà poi perché, se ne vedono poche.

Ad un certo punto proviamo quello che probabilmente ha provato il mozzo della Caravella di Colombo alla vista della terra americana: un piccolo cabinato a motore ci passa abbastanza vicino da riuscire, sbracciandoci e urlando, ad attirare l’attenzione dei passeggeri. Gentilmente si accostano alla nostra barca, gli spieghiamo che problema abbiamo e loro, con una comprensione che solo chi va per mare (ma non tutti!) può avere, si offrono di rimorchiarci, accettando quindi di metterci anche loro quasi il doppio del tempo che ci potrebbero mettere per arrivare a destinazione, perché quando si traina si va piano. Assicuriamo in maniera quasi scientifica le due imbarcazioni fra di loro e via, si riparte.

Le leggi e i codici della navigazione (scritti e non) prevedono che il soccorritore abbia diritto ad un compenso economico che tenga conto di una serie di fattori: dal valore del bene recuperato, al rischio corso, alla distanza e durata del traino, ecc.ecc.  Ne derivano, talvolta, cifre anche abbastanza consistenti, staremo a vedere.

Durante la navigazione “vicini-vicini” (immaginate due imbarcazioni affiancate, legate insieme, che navigano), i due equipaggi iniziano a familiarizzare: si chiacchiera, ci si racconta, si parla delle vacanze che stanno finendo, di mare, si dice qualche sciocchezza, si raccontano storielle. Loro sono una famigliola campana, padre, madre a due bambini, ancora non adolescenti, ma neanche troppo piccoli.

Marzio verso mezzogiorno propone un aperitivo con uno dei vini bianchi che ha in frigo (dimenticavo, Marzio è anche uno che apprezza i buoni vini); io, che non riesco a stare lontano da un fornello neanche in barca, scendo sotto coperta a preparare due stuzzichini per l’aperitivo. Forse è un mio limite, ma non sopporto prendere l’aperitivo con gli snacks confezionati, tipo le patatine, le noccioline americane, le olive industriali; vada per i taralli, quelli artigianali, giusto quelli. Che ci vuole a fare due tartine, ad inventare qualcosa di diverso, originale, sfizioso? A Lipari avevamo fatto scorta di capperi, origano, olive schiacciate, pomodori secchi, friselle, tonno buono. E poi a Ventotene un po’ di fresco (frutta, verdura, erbe aromatiche).

La fantasia non manca, opero! E naturalmente strizzo l’occhio anche ai bambini, per loro sapori meno forti, niente piccante, pomodorini, formaggio. Il vino bianco fresco e le tartine colgono nel segno, fra i due equipaggi si consolida una cordiale relazione, molto conviviale.

Il sole è a picco, Gaeta ancora lontana, il mare è calmo e il vento poco, il tempo passa, un po’ troppo lentamente…

Siamo arrivati all’una e mezza, gli amici campani si erano organizzati per mangiare dei ricchi panini; ma per quanto ricchi sempre panini (soluzione molto diffusa, in barca, in navigazione). Ma perché, dai?! La giornata è partita già abbastanza storta, e non finirà meglio (meccanico, spese per la riparazione, forse per il traino, rientro a Roma scomodo, magari con un treno locale)… coccoliamoci un po’… propongo di fare io una bella pasta per tutti!

Spaghetti alla Siciliana

Spaghetti alla siciliana
Gnamit

Cucinare in barca non è, ovviamente, come farlo a casa; ma con gli ingredienti giusti si possono raggiungere dei risultati degni di nota; e noi questi ingredienti li abbiamo! Quindi preparo degli SPAGHETTI ALLA SICILIANA, una ricetta semplice, che si fa in poco tempo e con pochi ingredienti (siamo in barca), ma di quelli buoni!

Ingredienti spaghetti alla siciliana

  • 400 gr di spaghetti (avevamo a bordo quelli del pastificio artigianale siciliano Puglisi, trovati in un negozio di Lipari)
  • 150 gr di pangrattato, o mollica di pane (anche secca)
  • 1 spicchio di aglio
  • 8 filetti di acciughe sott’olio 
  • 50 gr di capperi sotto sale (Salina)
  • 150 gr di olive verdi schiacciate e denocciolate (Lipari)
  • Qualche pomodorino secco (Lipari)
  • Olio EVO
  • Sale, pepe, peperoncino

Preparazione spaghetti alla siciliana

Per preparare gli spaghetti alla siciliana prima di tutto si fa scaldare un filo d’olio extravergine d’oliva in una padella, meglio se antiaderente; appena l’olio si è scaldato, si versa la mollica sbriciolata con le mani (io la preferisco al pangrattato, risulta più “grossolana”) e si lascia  tostare bene ma facendo attenzione a non farla bruciare. Si toglie quindi dal fuoco, si trasferisce in una scodella e si lascia da parte a raffreddare, servirà alla fine.

Portare a bollore l’acqua per la cottura della pasta, salandola ma non troppo (ci sono acciughe e capperi!)

Mentre la pasta è in cottura, si versa nella stessa padella ancora un po’ di olio extravergine d’oliva con uno spicchio d’aglio schiacciato lasciato in camicia e un po’ di peperoncino (meglio se fresco, così da rilasciare aroma, oltre al piccante) e si lascia scaldare leggermente; si aggiungono poi anche i filetti di acciuga e i capperi, precedentemente lavati e dissalati.

A questo punto si prendono le olive, si tritano grossolanamente e si aggiungono in padella; lasciare insaporire il tutto per qualche istante.

Quando gli spaghetti sono ancora molto al dente si trasferiscono nella padella e si ultima la cottura “risottandoli”, così che l’amido crei quella bella  cremetta che amalgama bene gli spaghetti al condimento. In questa fase è necessario aggiungere ogni tanto un po’ dell’acqua di cottura (attenzione, però a metterne poca per volta, perché si fa sempre in tempo ad aggiungerla, ma non si può togliere se si esagera. Stiamo sempre  facendo una pasta, non una minestra!)

A questo punto si possono impiattare gli spaghetti alla siciliana, aggiungendo una bella spolverata della mollica tostata precedentemente e i pomodorini secchi tagliati a julienne.

Mangiamo tutti, bimbi compresi, un bel piatto di pasta che ci dà soddisfazione e ci sostiene il morale. A seguire solo due foglie di insalata, come si dice “per pulire la bocca”…

Verso le 16.30 entriamo al Flavio Gioia. Marzio, che ha conoscenze in ogni porto, ha già contattato i suoi amici per trovarci un posto barca e il meccanico. La diagnosi conferma la rottura di 2 silent blocks, bisogna aspettare i ricambi, non si riesce a fare una riparazione in tempi brevi, dobbiamo lasciare la barca qui.

I nostri nuovi amici ci salutano con simpatia, quasi affetto, tutto sommato anche nella sfortuna siamo stati fortunati (ad incontrare loro) e abbiamo passato qualche ora in buona compagnia, ci sarebbe potuta andare molto peggio. Ancora una volta il cibo e il vino hanno aiutato a socializzare, a stringere amicizie, a far conoscere le persone. Inaspettatamente non ci chiedono alcun compenso, niente rimborso, nulla per il traino, che per noi è stato fondamentale. Persone per bene, che hanno capito, che non hanno voluto approfittare della situazione e che, alla fine, ci hanno anche offerto un mega gelato!

Mestamente, in serata, rientriamo a Roma in treno, stanchi, delusi, un po’ incazzati; non era certo questa la fine della vacanza che avevamo immaginato. Ma in realtà questa (dis)avventura ci offre anche la possibilità di fare un lungo week end, appena la barca sarà pronta, perché da Gaeta la dovremo riportare a casa.

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