La parola all'esperto

L’estinzione delle api potrebbe mettere in serio pericolo l’umanità

La super-specie alleata dell’uomo che va difesa per il futuro del pianeta: non solo un virus ma anche l’estinzione delle api potrebbe mettere in serio pericolo l’umanità.

“Quattro milioni di api morte tra Brescia e Cremona, sul fenomeno indaga la Forestale”. Questa è una notizia apparsa il 12 agosto 2020 sul sito dell’AGI, che in passato forse non avrebbe destato particolare scalpore.

Ma quando si parla di un fenomeno di estinzione, che mette seriamente a rischio un intero ecosistema e la biodiversità, ecco allora che tutto assume i tratti apocalittici del disastro e della tragedia.

Ormai da anni in tutto il mondo va avanti una preoccupante diminuzione del numero di api e di altri insetti impollinatori. Per comprendere l’entità del danno, i  ricercatori del Dipartimento di Ecologia, evoluzione, e risorse naturali della Rutgers University di New Brunswick, negli Stati Uniti, hanno condotto uno dei più grandi studi sul campo mai effettuati e hanno pubblicato i loro risultati su Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences. 

Gli scienziati, circoscrivendo la rilevazione su mele, ciliegie, amarene, mandorle e poi alcuni tipi di mirtilli, zucca e anguria (per un valore degli impollinatori selvatici che nel complesso supera 1,5 miliardi di dollari all’anno negli USA) in 131 fattorie disseminate tra gli Stati Uniti e il Canada, hanno messo in relazione le loro rese con la presenza di api selvatiche e domestiche, giungendo così alla conclusione che tutti questi raccolti risentono fortemente del calo delle api.

Secondo Saul Cunningham, ricercatore dell’Australian National University di Canberra, l’ape mellifera europea (apis mellifera), con la sua capacità di diffusione e adattamento a tanti ambienti diversi, è tra le poche “super-specie” esistenti, in termini di successo evolutivo e di impatto sulle attività umane.

L’estinzione delle api potrebbe mettere in serio pericolo l’umanità

Le api sono forse la specie più importante per la vita del Pianeta, se è possibile individuarne una, e noi le stiamo uccidendo.

Solo negli Stati Uniti, le colture che dipendono da questi insetti generano un fatturato di 50 miliardi di dollari all’anno ed è quindi evidente che un calo degli impollinatori può avere conseguenze molto pesanti.

Quanto accaduto tra Brescia e Cremona non è quindi un fatto nuovo. Secondo i ricercatori internazionali, coordinati dall’Istituto di apicoltura dell’Università di Berna, la morte in massa di api in Europa è un problema grave e in aumento di anno in anno. I dati disponibili evidenziano infatti un aumento nelle morti invernali delle api e crescenti morie durante il periodo primavera-estate. Una specie su dieci di api e farfalle europee è minacciata di estinzione e una specie su tre vede la propria popolazione in declino. Delle cifre allarmanti, se si pensa che quasi il 90% delle piante selvatiche da fiore ha bisogno di impollinatori per riprodursi: api, vespe, farfalle, coccinelle, ragni, rettili, uccelli.

Per comprendere meglio l’entità del danno e del rischio che corriamo, è utile sapere che nel processo di produzione alimentare, oltre il 75% delle principali colture agrarie beneficia dell’impollinazione, operata da decine di migliaia di specie animali, di cui almeno 16 mila tra gli insetti. 

Ogni ape visita mediamente 7 mila fiori al giorno e tre colture alimentari su quattro dipendono in una certa misura per resa e qualità, dall’impollinazione dalle api.

I motivi della strage di api e altri insetti impollinatori che sta avvenendo in questi anni sono infiniti, e la distruzione dell’habitat è ovviamente uno dei principali.

Secondo uno studio pubblicato su Insect Conservation and Diversity, la distruzione dell’habitat sta causando non solo la scomparsa delle api ma il disfacimento dei network di impollinazione dei quali le api fanno parte.

Con “network di impollinazione” si intende quella forma di collaborazione tra api selvatiche e piante native che fa sì che le prime utilizzino le seconde per nutrirsi, e a loro volta contribuiscano alla loro riproduzione. Secondo alcuni studi sulle condizioni di salute di questi network nel nordest degli Stati Uniti negli ultimi 125 anni, appena il 6% delle associazioni tra api e piante è rimasto intatto. Del restante 94%, il 30% è completamente scomparso (o perché nell’area è sparita la pianta o perché sono sparite le api), mentre nel rimanente 64% le piante o le api rimangono dove sono, ma le seconde non visitano più le prime, preferendo approvvigionarsi ad altre specie, in molti casi importate e quindi esotiche.

Le cause di questa distruzione, secondo gli autori, sono facilmente intuibili; la distruzione dell’habitat innanzitutto, ma anche le temperature più alte, che hanno causato lo slittamento temporale del periodo di fioritura di molte piante: un problema per molte specie di api, che hanno un periodo di tempo limitato durante il quale possono nutrirsi (e fare da impollinatrici), e che si ritrovano all’improvviso prive della loro tradizionale fonte di cibo.

Inoltre, molte specie esotiche, sia di piante sia di insetti, hanno “cacciato” quelle indigene dai loro habitat naturali, contribuendo alla distruzione delle reti. 

Le cause della Sindrome di Spopolamento degli Alveari (SSA) sono numerose: semplificazione del paesaggio agrario, abuso di agrofarmaci, invasione di parassiti come il temutissimo acaro Varroa destructor e la diffusione di virus patogeni.

Come ammette Francesco Nazzi, professore associato all’Università di Udine, dove insegna Zoologia e Apidologia e Apicoltura e dove si occupa di biologia delle api e dei problemi di salute di questi insetti impollinatori “è tremendamente difficile dare un’idea della straordinaria complessità di un alveare e dell’ordinata molteplicità che lo caratterizza. Altrettanto complicata è l’analisi del declino delle api, le cui conseguenze interessano direttamente l’intero pianeta, uomo compreso. Infatti, sebbene altri animali contribuiscano alla causa, le api concorrono all’impollinazione di tre quarti delle colture agrarie di interesse economico.”

Tuttavia, per quanto possa essere disperata la situazione, la battaglia non è ancora persa.

La Cina, a causa dell’uso massiccio dei pesticidi, sta affrontando lo sterminio della quasi totalità delle api. Per far fronte alla situazione, grave soprattutto per gli effetti sulle coltivazioni di pere e mele nel sud del Paese, sono state arruolate persone per svolgere l’impollinazione. Altrove, per esempio al Politecnico Tomsk in Russia e all’Istituto Nazionale per la Scienza e la Tecnologia Industriale Avanzata in Giappone, sono state sviluppate delle api robot, piccoli droni con crini di cavallo incollati sul “ventre” per impollinare delicatamente le colture.

Ma visto che la precisione e la delicatezza di un’ape non possono essere facilmente riprodotte e sostituite dalla robotica, ognuno di noi può e deve collaborare nella salvaguardia di questi piccoli insetti impollinatori senza i quali la vita come la conosciamo oggi non esisterebbe.

Sul nostro balcone, nel nostro piccolo orto possiamo dedicare un po’ di spazio alle piante di cui sono ghiotte le api (salvia, rosmarino, tulipani, erba cipollina, lavanda, malva, girasoli, facelia, violetta di Parma), così da poterle sostentare.

Al posto dei classici divisori in legno, usiamo le siepi e costruiamo una casetta per le api che può rappresentare un porto sicuro per tutti gli insetti che necessitano di riposo, soprattutto se indeboliti da pesticidi e/o fertilizzanti di sintesi.

Dio salvi la Regina!

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Raffaele Coppolino

Nato nel 1980 e diplomato al Liceo Scientifico Nino Cortese di Maddaloni nell’anno 1999. Iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” interrompo gli studi per entrare nel mondo del lavoro. Dal 2004 muovo i primi passi nell’Industria Alimentare, nel settore della distribuzione e della vendita e tuttora vivo la professione con lo sguardo attento di chi si impegna a promuovere e tutelare un comparto trainante dell’Italia. Appassionato dello Stoicismo, determinista e fervido ottimista, per me il bicchiere è sempre “mezzo pieno”!

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