Ricordi ed olfatto. 12 Agosto 1944

“Genny Bibolotti, simbolo della resistenza che osa scagliare contro i lanciafiamme la sua inerme furia materna”. Quadro di Carlo Levi. Credit: Formiche.net

Ricordi.

Bagagli. Sparsi qua e là con un assetto casuale che al momento del deposito avevamo chiamato ordine.
Lettere, fogli scritti incastrati in qualche cassetto tra la polvere dei pensieri e le scartoffie del pragmatismo della vita. Il tutto sotto quella tranquilla trapunta dall’esistenza materiale.
I ricordi, un’ancora salda contro la bufera dell’anima.
La memoria ha stanze le cui porte si aprono con più favore al vento che alle chiavi della serratura.

Profumi.

Che poi la parte più interessante dei profumi in un bicchiere di vino non è la rabdomantica ricerca dei più disparati frutti rossi, o dei petali di fiori in un balcone fiorito; neanche la follia dell’intercettare spezie nel Gran Bazar di Istanbul.
Credo che l’olfatto sia un veicolo della memoria.                                                                                                                           E che la sua funzione più suggestiva sia quella di riportarti indietro nel tempo: alla madia della nonna,  alle ginocchia “grattugiate”, dopo aver giocato a calcio in quel campetto clandestino ornato di papaveri rossi e fiori gialli.

Rievocazione.

Si dice che quelli più profondi siano i prenatali, spesso rievocati nei sogni. Sono quei ricordi che sembrano rammentarci come nuotiamo in superficie da svegli, evitando i coralli e gli squali delle nostre profondità.

Bruciano ancora le ginocchia quando in certi vini ritrovo quei fiori. Quelli del campetto clandestino.

Sonnecchiano nella dispensa dell’inconscio i ricordi. Messi in sordina, cristallizzano, sedimentano e poi risalgono in superficie; una resilienza in bolle. Piccole teste di aghi puntute che scoppiettando si rivelano.

Il viaggio.

La strada che sale dalla piana della Versilia, serpeggiando per dieci chilometri di tornanti, evoca l’attenzione di un rallysta guidato al fianco da un navigatore che avrebbe dato indicazioni a intermittenza cadenzata, tra tornanti, pulman da schivare e bestemmie.
Poi, finalmente, il Parco della Pace. Uno scenario da fiaba.
“Tutte le fiabe provengono dalla profondità del sangue e dell’angoscia”.
Com’è reale e poco magico a volte Kafka.
Parco della Pace. Quale altro nome a cauterizzare l’abominio di un eccidio così feroce.

La chiesa.

I ricordi a volte esplodono con così tanta energia da fuoriuscire con inaspettata forza. Facendo saltare il tappo.
Un’acqua cheta e silente da cui improvvisamente si alzano una ridda di voci taglienti.

Quando arrivammo alla chiesetta il sole era vaporoso. Dietro la cenere del cielo la luce trafilava in un balenio di esili folgori. C’era una sorda cortina di silenzio che avvolgeva il tutto, interrotta soltanto dallo schiamazzo di un gruppo di bambini che giocavano alla guerra, indifferenti alla tragedia che le mura di quella chiesa sembravano raccontare.

La Chiesa di Sant’Anna di Stazzema. Credit: foto da web

Meditazione non è concentrazione.

L’olfatto e la concentrazione sul calice.
Sempre più spesso, in rapporto al mondo del vino, penso alle parole di Sauro Tronconi il quale cito a memoria: meditazione non è concentrazione… Meditare vuol dire espandere, accogliere. Concentrare vuol dire restringere, escludere.
Se rapportato all’analisi olfattiva, questo concetto dovrebbe farci pensare che ‘stare concentrati sul calice’ vuol dire chiudersi, respingere. Mentre invece dovremmo accogliere, ricevere. E soprattutto ricordare.

Enio.

I ricordi raccontano appannati e con garbo, come i vecchi. Come raccontò Enio.
E’ per questo che spesso non vengono ascoltati.
Si può evitare la tragedia della guerra solo mantenendo vivo il ricordo. Solo dando volume a quelle voci che la guerra l’hanno vissuta.

“Lì ho visto la carneficina… Corpi dilaniati, deformi. Il sangue raggrumato aveva attirato sciami di mosche, i cadaveri erano neri. Quando ci si avvicinava le mosche se ne andavano e poi ritornavano…Il rumore degli sciami…
La sensazione che mi è rimasta nel tempo però è l’odore acre che avvolse tutto, l’odore nauseabondo della carne bruciata…”.
Enio, superstite dell’eccidio nazi-fascista di Sant’Anna di Stazzema (12 Agosto 1944).
di Raffaele Marini

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