Tre donne del vino. Ma non le solite.

Donne del vino

E’ la pianta che fiorisce con netto anticipo su tutte le altre. Rigoglioso e solare, il giallo del suo fiore sembra arrivare ogni anno a infrangere il plumbeo grigiore dell’inverno, anticipando i profumi e i colori di quella che sarà di lì a poco la primavera. Mimosa, fiore simbolo per la festa della donna. Come diceva Rita Montagnana, è la sua economica reperibilità e la perfetta tempistica della sua fioritura ad averne fatto l’emblema della rivoluzione rosa. Una rivoluzione dolorosa e forte, forse mai completamente compiuta nel nostro Paese, spesso oggetto di strumentalizzazioni o di ipocrisie di genere.

Foto d’epoca. Da sx Lea trivella, Giuliana Nenni, Rita Montagnana e Adele Bei. Credit: Anpi.
Un mondo del vino a maggiore connotazione maschile

È per questo che ho scelto di celebrare il mondo femminile in uno dei pochi modi emblematici che mi sono concessi: scrivendone. E scrivendo di donne che tutti i giorni ribadiscono a loro modo il loro ruolo e il loro essere femminili, in un mondo generalmente a forte connotazione maschile.
In Italia sono più di mezzo milione le imprese agricole al femminile, con un trenta percento che ha sdoganato da anni anche la nicchia del vino. Spesso sono donne che seguono una strada tracciata dalla famiglia; ma sempre di più quella strada è una scelta di vita consapevole e di rottura col passato.

Ho deciso perciò di raccontare tre donne del vino che si sono concesse in un’intervista incrociata per EatCudriec. Qualcuna è già conosciuta, qualcun’altra un po’ meno. Di certo sono produttrici che ho scelto in base ad un criterio molto filosofico: mi piacciono i loro vini!

Da nord a sud, fuori dai soliti nomi

Un viaggio enologico lungo lo stivale, che muove i primi passi dalla provincia di Piacenza. Nella Val Trebbiola, sotto l’influsso del fiume Trebbia, incontriamo Elena Pantaleoni dell’azienda La Stoppa: agricoltura e vinificazioni senza apporto di prodotti di sintesi e fermentazioni spontanee per questi vini che identificano il territorio anche quando i vitigni che concorrono in bottiglia sono d’Oltralpe.

Elena Pantaleoni dell’azienda vinicola La Stoppa. Credit: Triple A

Facendo sosta al Nord, tappa obbligata è il Piemonte. Situata nell’Alto Monferrato ovadese, Rocco di Carpeneto è un’azienda ad impronta tutta bio, in vigna e in cantina, senza se e senza ma. La firma di Lidia Carbonetti ha permesso ai suoi Dolcetto e alle sue Barbera di non temere l’ombra dei giganti vitivinicoli che questa regione offre.

E poi il Sud per il quale ho creduto giusto puntare lo sguardo su un vitigno e una regione con la quale ci si confronta ancora in termini massivi. Il riscatto della Puglia vinicola è nell’originalità e nella qualità di Agricole Pietraventosa, a Gioia del Colle. Qui la signora del Primitivo è Marianna Annio, che insieme al marito, porta avanti un’immagine di questo vino libera e indipendente.
Esattamente in questo ordine le produttrici hanno risposto a tre domande che cercano di delineare la forza delle donne nel mondo del vino.

Marianna Annio e il marito Raffaele alla guida di Agricole Pietraventosa. Credit: Pietraventosa
Intervista incrociata a tre donne del vino.

Quanto è stato difficile, se lo è stato, farsi valere o ottenere credibilità in un mondo come quello vinicolo, storicamente appannaggio degli uomini?

Elena. “Nella mia famiglia chi si occupava dell’azienda agricola è sempre stata mia madre. Mio padre ha continuato il suo mestiere di tipografo e perciò, ancora prima di entrare in azienda ormai 25 anni fa, non ho mai sentito discriminazioni. I miei genitori si confrontavano e condividevano le scelte su un piano paritario e di capacità, senza nessun distinguo tra uomo e donna.
Quando 21 anni fa ho preso in mano l’azienda, c’è stato qualche raro episodio di discriminazione da parte di miei collaboratori stranieri, probabilmente dovuto a convinzioni religiose o a costumi diversi e lì ho toccato con mano quella sensazione sgradevole di impotenza, solo per il fatto di essere diversa. Per fortuna sono episodi rari e ascrivibili al passato.

Oggi, a parte battute sulle quote rosa o qualche altra stupidaggine del genere, non ho mai avvertito nessuna differenza. Siamo ormai tante donne a condurre in prima persona le aziende, non più mogli di, sorelle di, figlie di”.
Lidia. “Mai avuto problemi, posso affermarlo con certezza. Sarà perché in questo microcosmo del naturale ci sono state diverse donne che hanno aperto la strada”.

Lidia Carbonetti, volto dell’azienda Rocco di Carpeneto. Credit: Rocco di Carpeneto
Gli ostacoli da superare.

Marianna. Non è la prima volta che mi si rivolge questa domanda. Noi abbiamo iniziato poco più di 10 anni fa. Raffaele (mio marito) ed io, legati dalla stessa passione per il vino, abbiamo dovuto faticare non poco per affermarci in un mondo dove, più che il genere, conta moltissimo “l’anzianità” di carriera. Tanti produttori, vinificatori da generazioni, hanno inizialmente accolto con diffidenza i nostri vini, per poi complimentarsi dopo l’assaggio e ascoltando la nostra storia. Secondo me il vino è trasversale, non ha genere, è lui che parla. Il fatto che io sia donna o uomo è ininfluente, conta di più essere persone eticamente corrette.

Cosa vuol dire essere una produttrice di vino? C’è un diverso rapporto che lega una donna alla terra?

Elena. “Io ho scelto di fare questo lavoro. Non è stata un’imposizione, ci sono arrivata dopo altri studi ed altre esperienze. Ho sempre pensato che prima di tutto mi ero assunta la responsabilità di custodire, mantenere e per quanto possibile migliorare questo posto. Per questo la scelta del biologico in vigna.
Poi ho sempre lavorato sull’identità, cercando di capire negli anni le vere potenzialità di questo territorio e cercando di trasferirle nelle bottiglie. Ho voluto caratterizzare i miei vini così che i clienti potessero apprezzarli; per questo la scelta di fermentazioni spontanee, poca solforosa, poche filtrazioni, minore interventismo, per lasciare esprimere al meglio le caratteristiche peculiari di questa terra, ogni anno diversa”.

La tenuta di famiglia storicamente appartenuta alla famiglia Pantaleoni. Credit: La Stoppa
Il grande legame con la terra

Lidia. “In primo luogo la grande soddisfazione di contribuire a creare qualcosa che si ama e poi il continuo contatto con la natura, soprattutto quando, come me, si sono passati tanti anni in città. Si torna a soppesare il ritmo delle stagioni e l’enorme variabilità delle annate, sensazioni molto sbiadite nella vita cittadina. Le nostre vigne non sono delle giovincelle e quindi non particolarmente produttive. Le nostre rese si attestano intorno ai 50 quintali per ettaro. Certo che con concimazioni violente tutto è possibile, ma a noi va bene così: raccogliamo quello che ci danno senza forzarle. Piuttosto cerchiamo di aiutarle lavorando sulla vitalità dei suoli anche con semine e sovesci”.

Marianna. “Come ho già detto prima, secondo me non è una questione di genere. Nella nostra azienda ognuno ha i suoi compiti ma, all’occorrenza, sappiamo essere abbastanza trasversali. Nelle piccole aziende come la nostra, la vita di tutti i giorni è la fusione tra la famiglia e il lavoro. A volte è difficile capire dove finisce uno e dove inizia l’altro. Io non sono una produttrice di vino. La mia famiglia produce vino, io sono semplicemente un tassello. La terra è madre.La terra è il nostro vino. Quando abbiamo acquistato il terreno su cui oggi c’è il nostro vigneto, siamo rimasti affascinati dalla composizione del suolo (roccia calcarea, fessurata da un sottile strato di terra rossa in superficie, particolarmente drenante) e dall’austerità del clima (ventoso, con escursioni termiche importanti). La nostra vigna doveva essere piantata là, in quel pezzo di terra ostile e faticare per portare i frutti”.

La roccia stratificata che identifica il sottosuolo di Agricole Pietraventosa. Credit: Pietraventosa
Forti identità femminili.

Quale è, se c’è, il vino che più degli altri rispecchia il tuo approccio al vino e perché?

Elena. “Ogni vino prodotto qui ha un suo senso produttivo legato al territorio. Credo però che Macchiona, Ageno e Vigna del Volta siano quelli che più facilmente e intuitivamente rimandino a questo territorio, caldo, arido, con argille rosse poco fertili. Il vino per me deve essere riconducibile a un posto e a un’annata, vero in quanto riconoscibile. Non può rispecchiare la personalità di chi lo fa, altrimenti si negherebbe tutto il valore del terroir. Sarebbe riproducibile ovunque; o no?”.

Lidia. “In questo momento il vino al quale sono più affezionata è la Reitemp, Barbera del Monferrato Superiore dalla vigna storica Rocco, piantata nel 1955. Che dire: la vigna vecchia richiede tante cure, è estremamente parsimoniosa nei suoi frutti; ma in cantina è diversa da tutte le altre. Proprio per questo in vinificazione la trattiamo in maniera estremamente rispettosa: fermentazione spontanea in acciaio e poi un lungo riposo indisturbato in botte grande di rovere”.

Donne con bicchiere di vino. Credit: foto da web
Il legame con la propria terra.

Marianna. “E’ difficile rispondere a questa domanda. Di primo acchito mi verrebbe da dire Ossimoro perché è stato il primo vino che abbiamo prodotto e ad esso sono legati tanti ricordi: le paure, i ripensamenti, ma anche le soddisfazioni. In realtà quando sono in giro per eventi e fiere, lontana da casa, dalla mia cantina, durante le pause, quasi automaticamente mi verso un calice di Allegoria che, con la sua freschezza e mineralità, mi fa sentire vicina alle persone, ai luoghi e alle cose che amo”.

Il ruolo delle donne nel mondo del vino è divenuto emblematico di una sfida per  l’emancipazione e parlarne oggi è simbolico di una festa che ha senso solo se possiamo reiterarla ogni giorno di ogni anno. È il riaffermare in maniera assertiva le conquiste fatte e il diritto alla libertà e alla femminilità. Ma occorre uno spunto di profonda riflessione; soprattutto per noi uomini. Soprattutto in questo momento che abbiamo reso così tragico per non essere stati in grado, nella migliore delle ipotesi, di difendere la bellezza.
Buona Festa delle Donne a Tutte.

di Raffaele Marini

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