Fattoria Selvapiana, antologia dell'invecchiamento (e preludio alla verticale).

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Chianti Rufina è la denominazione del Chianti più piccola. A nord-est di Firenze, comprende i territori di Dicomano, Londa, Pelago, Pontassieve e la stessa Rufina. La denominazione Chianti per i vini della Rufina arriva intorno agli anni ’30 con “l’estensione” (o volendo la limitazione) territoriale della porzione produttiva indicata come Chianti; questo ha portato sicuramente un’espansione importante dei volumi di vendita, ma anche un’inesorabile perdita di identità di un territorio che dovrebbe essere a sé stante e ritrovare fede nella vecchia araldica di Vino della Rufina. Per il più “alto” dei Chianti il termine élevage, in un gioco di parole che rimbalza tra altitudine e nobilitazione, è più che mai rappresentativo dell’elevazione ineccepibile che questi vini raggiungono con il passare del tempo. Di questo Fattoria Selvapiana è l’emblema.

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Le colline che costituiscono la denominazione Chianti Rufina. Al centro veduta di Fattoria Selvapiana

A vedetta della Rufina, Fattoria Selvapiana è stata una torre di avvistamento fin dagli inizi dell’anno Mille. I circa 60 ettari vitati hanno da sempre tratto beneficio da questa collocazione particolarmente favorevole, posta a 250 metri di altitudine e areata dalle correnti che sfiorano sistematicamente queste colline, incuneandosi tra i loro declivi.
Vini prodotti da minimi gesti e da grandi conoscenze. È la virtù nell’ascolto del territorio quella di Fattoria Selvapiana: biologica in vigna, a mantenimento di un’identità autentica, la fermentazione dei suoi vini avviene senza inoculo di lieviti selezionati; botti grandi e barrique, qui riscoprono il loro ruolo atavico di strumento d’emancipazione, lontano da ogni inquinante maquillage.

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Quello che resta dell’antica torre di avvistamento di Fattoria Selvapiana.

La Selezione del cru, allignato su matrice argilloso-calcarea da cui prenderà vita la Riserva Bucerchiale, avviene nel 1978, con concepimento della prima etichetta nel ’79. La selezione del cru Bucerchiale porta l’impronta del sommo Maestro Gino Veronelli, con forte volontà e contributo dell’allora proprietario Francesco Giuntini. In quell’anno ha visto la luce, oltre la Riserva Bucerchiale, il primo incarico ufficiale dell’allora giovanissimo enologo Franco Bernabei, che oggi svetta tra gli enologi di maggior fama al mondo. Un parallelismo di grandi occasioni che si sono concesse al mondo del vino, probabilmente una delle massime espressioni creative di un enologo che proprio con Riserva Bucerchiale ha raggiunto la summa di equilibrio e armonia degustativa; un racconto di velluto e ferro nella stessa mano.

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Una porzione del vigneto Bucerchiale, che costituisce il cru da cui si trae l’omonima Riserva

Fattoria Selvapiana, encomio dell’invecchiamento (e preludio di verticale).

L’altro Chianti Rufina di Fattoria Selvapiana è il Vendemmia, bottiglia che racchiude in sé il concetto di semplicità da vino quotidiano del dopo lavoro, mantenendo altresì una nobiltà inattesa, parimenti alla sua collocazione sullo scaffale. Fattoria Selvapiana, nonostante il lignaggio quasi nobile della sua produzione, mantiene pervicacemente un’identità propria, poco incline ai contenitori stagni che la vorrebbero naturale per le pratiche e convenzionale per le dimensioni. Questo ha contribuito a renderla un’azienda lontana dalle copertine patinate e dalle vetrine glamour della stampa enoica dalla ricerca facile. Ma Fattoria Selvapiana sa di poter contare su un grande alleato: il tempo. Come nell’uomo può condurre parimenti alla saggezza o alla follia, nel vino quest’arma a doppio taglio gioca il medesimo ruolo.

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Chianti Rufina Vendemmia, produzione di Fattoria Selvapiana, semplice nobiltà inattesa.

Per questo per molti è nemico giurato. Per Fattoria Selvapiana invece il tempo è la dimensione in grado di filtrare in maniera naturale le migliori composizioni. Solo poche matrici territoriali e pochi vitigni impiantati su di esse sono in grado di superare il primo decennio di vita, mutando in una lirica evolutiva che, come le grandi opere, garantisce un’immensa resistenza al tempo, paragonabile solo alla loro fragilità. E guardando indietro, si rischia di rimanere come la moglie di Lot, nel provare la restituzione di ciò che un acino, superstite al gelido Inverno del 1956, distrutto e trasformato nella sua forma elettiva, il vino, ha affidato al calice nel Gennaio del 2014, ben 58 anni dopo.

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Bucerchiale 1948, uno dei tesori ancora tangibili di Fattoria Selvapiana.

Il tempo fa riflettere sulla traduzione che elargisce come energia supplementare ai vini di Fattoria Selvapiana, avvicinandoli ad una forma di collezionismo inarrivabile per altri alimenti, ma legata inesorabilmente all’arte. Se l’ostentazione del parallelo tra il vino più amato e invidiato al mondo, il Pinot Noir di Borgogna e il suo corrispondente Pinot Nero italiano, anche nelle sue migliori interpretazioni, di fatto non puo’ esistere, questa analogia trova invece consolidazione con i vini di Fattoria Selvapiana, grazie ad una affinità elettiva basata sulla finezza, su una visceralità elusiva, su un concetto di forza territoriale magistralmente espressa in un fil rouge di ruggine e pirite.

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La cantina storica di Fattoria Selvapiana, custode di verticali memorabili.

Come nei migliori clos, a tutti i vini di Fattoria Selvapiana ineluttabilmente fa da eco il territorio; la sottomissione dei vitigni avviene anche quando sono i militareschi d’Oltralpe a collaborare in bottiglia, come nella Selezione Fornace. Ogni calice è firmato dalla “rufinizzazione”: questo è un territorio che come tutti i grandi cru, concede poco merito alla virtù e molta colpa all’errore; forzare la mano su questi vini sarebbe un inesorabile lutto per l’originalità.
To be continued.

di Raffaele Marini

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