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Il Cibo Immaginario Norman Rockwell, l'America e la tavola immaginaria

Norman Rockwell, l’America e la tavola immaginaria

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Questa volta non parliamo dell’immaginario italiano.
Questa volta cambiamo panorama.
Siamo nella New York di fine ottocento, quella dei docks, dei palazzi a mattoncini rossi e marroni con le scale esterne in ferro, esteticamente simile a quella raccontata da Martin Scorsese nel suo Gangs of New York.
È qui che nel 1894, in una buona famiglia borghese con un padre commerciante di tessuti e una madre figlia di un pittore inglese, nasce Norman Rockwell; il bambino si rivelerà gracilino, un po’ scoordinato nei movimenti, costretto a calzare plantari, ma lascerà un segno indelebile nell’immaginario americano e non solo.
Attratto dall’arte sin giovanissimo, a 16 anni Norman inizierà a frequentare la Chase Art School di Manhattan, poi la National Academy of Design e poi ancora l’Art Students League in un percorso scolastico che doterà la sua vocazione di tecnica e strumenti e, al tempo stesso, lo accompagnerà nel maturare una personalissima sensibilità sul mondo, sulla sua estetica, sui suoi valori ma, soprattutto, un personalissimo modo di raccontarlo per immagini.

Ispirato fortemente al tratto e allo stile di Howard Pyle, che considera suo maestro, Norman racconterà il mito della frontiera e della wilderness, sentimento di ammirazione misto a costernazione che il vero spirito americano ha nei confronti della natura, ma il suo vero tratto distintivo sarà la straordinaria capacità di addentrarsi come pochi altri nel quotidiano profondo della provincia americana, quello fatto di piccole abitudini, di ritualità condivisa, di archetipi inamovibili e, in una qualche misura, ne costruirà una mitologia estetica fondante mai più dimenticata.

Una mitologia alimentata dai suoi innumerevoli lavori editoriali; le copertine per Boy’s life, il magazine dei Boy Scouts d’America, alle oltre trecento per il Saturday Evening Post – con il quale avrà una collaborazione dal 1916 fino al 1963 -; le illustrazioni di libri per ragazzi, come il Tom Sawyer del 1935 edito da Heritage Press; la serie di quadri denominata Four Freedoms, ispirata al discorso tenuto dal presidente Roosevelt al Congresso nel 1941 – e diventati nel 1943 immagini della campagna per la promozione del prestito obbligazionario bellico; le illustrazioni pubblicate su tutti i più diffusi magazine del tempo, da Ladies Home Journal a Life.
Una mitologia che, dopo aver trascorso una vita nella culla di valori conservatori di cui il Saturday Evening Post era alfiere, scopre agli inizi degli anni sessanta un impegno civile che lo mette talmente in sofferenza nei confronti dell’editore da portarlo a interrompere la storica collaborazione e a inaugurare, nel 1964, quella con il magazine Look; una vera e propria second life che si rispecchia nelle copertine dedicate a raccontare la grande cronaca degli anni sessanta, quella delle battaglie per i diritti civili, della guerra del Vietnam, della paura nucleare e della corsa allo Spazio.

Ebbene in questa iconografia del mito americano, Norman Rockwellnon poteva trascurare di dare rappresentazione al rito del mangiare che nella grande provincia americana, ma non solo, ha sempre scandito un ritmo fondamentale dell’esistenza e che lui declina sia in una lettura civile che in una lettura pubblicitaria collaborando, tra altri, anche con la Kellogs e la Coca-Cola.
Un aspetto, quello della sua produzione pubblicitaria, che merita una lettura separata e al quale dedicheremo un secondo e apposito articolo.

Le grandi feste americane, il Thanksgiving Day e lo stesso Natale che intorno al mangiare hanno intercettato e amplificato il senso ancestrale della festa e dello stare insieme, offrono a Norman grandi spunti e suggestioni, ma il suo sguardo va oltre gli appuntamenti rituali, esplora gesti, oggetti e occasioni quotidiane e li traduce in un’atmosfera estetica da realismo romantico che accarezza la memoria, fa irrompere emotività profonde e scalda il cuore.

Nelle scene, che dipinge usando modelli dal vivo che dapprima fotografa, Norman ha infatti la straordinaria sensibilità di disseminare oggetti, sguardi, posture plastiche e ambientazioni che sono veri e propri indizi identitari, rassicuranti e profondi al punto di rimanere quasi invisibili nella loro familiarità, ma che invece sono liberi di agire indisturbati nella psicologia dell’immagine, di richiamare il vissuto, di intercettare il desiderio e di costruire l’immaginario.

Se c’è una protagonista assoluta della narrazione estetica di Norman Rockwell, questa è senza dubbio la ricerca della felicità, quella rassicurante dell’affettività familiare e del modo comunitario, dove protagonisti della geografia umana sono il genitore che espande il suo amore nella cucina di tutti i giorni, il monello che sprizza vitalità irregolare, ma che ugualmente prega a tavola prima di mangiare, il cameriere che dal bancone di un bar, di una tavola calda o nella carrozza ristorante di un treno ne vede e sente di ogni colore, piuttosto che il postino, il guardiano dello zoo, il soldato che torna a casa o il poliziotto ritratto nella normalità di una pausa caffè.

L’iconografia del cibo che Norman Rockwell ci propone è basica, essenziale, probabilmente proprio per questo potentissima e anche in questo caso ne sono protagonisti assoluti simboli totemici dell’identità nazionale come il tacchino messo in tavola per il Ringraziamento, le pannocchie che più americane non si può, il sandwich, il pop corn, la bottiglia in vetro del latte, la zucca e le patate, il pesce all’amo perché la canna da pesca era corredo immancabile di qualunque ragazzino che avesse a portata di mano un torrente, un fiume o un lago.
Ma non tutti i ragazzini sono uguali, le immagini di Norman Rockwellce lo raccontano, seppur con una narrazione che assume il tono dell’ironia compassionevole e non quello della rottura che invece distinguerà il suo impegno sociale degli anni ’60.

Siamo nel 1919, la Grande Guerra è finita da poco e anche se la sua gracilità l’aveva fatto destinare a ruoli non combattenti, il ritorno alla normalità per Norman Rockwell passa anche per l’illustrazione pubblicata in copertina del magazine Country Gentleman del 3 maggio; tre monelli rientrano dalla pesca, felici i due ragazzini palesemente più poveri, vestiti alla meno peggio e senza scarpe, ma fieri dei loro bei pesci fortunosamente pescati con una lenza annodata a un semplice rametto, mentre è imbronciato il terzo, vestito di tutto punto, elegantemente fuori posto e che, nonostante la preziosa canna da pesca con mulinello, torna indietro con un magrissimo e sfinito pescetto.

1919 The catch Country Gentleman cover May
1919 The catch Country Gentleman cover May

Il dislivello sociale è evidente, ma c’è un momento liturgico e laico al tempo stesso che può porgli rimedio, almeno in un giorno e quel giorno è il Thanksgiving Day quando, con ogni probabilità, ognuno di loro festeggerà con il suo tacchino sacrificale, anche se forse non proprio della stessa importanza di quello presentato da un’apparente nonna, ma l’età potrebbe ingannare, sulla copertina del 22 novembre del magazine Literary Digest.

1919 The Literary Digest November 22
1919 The Literary Digest November 22

Di fatto tacchino e Thanksgiving Day sono temi ricorrenti nella narrazione di Rockwell, al punto che per illustrare le quattro libertà fondamentali affermate dal presidente Roosevelt nel suo discorso al Congresso del 1941, è proprio il tacchino che viene assunto, insieme al suo contorno di tavola e commensali eleganti, come simbolo della liberta dl bisogno (Freedom from Want), con l’immagine pubblicata per la prima volta sul Saturday Evening Post del 6 marzo 1943 e poi riprodotta in decine di migliaia di manifesti che invitavano a sottoscrivere il prestito bellico.

1943 Freedom from Want. March 6
1943 Freedom from Want March 6

Norman Rockwell non è particolarmente religioso, non frequenta le funzioni, ma è cresciuto in un ambiente religioso, coglie pienamente lo spirito di una Nazione che assume su di sé un senso biblico della sua missione nel tempo e nella storia e non manca di illustrarne più volte il rapporto con la fede, un rapporto che trova nella tavola uno dei suoi momenti quotidiani e, al tempo, più praticati come ci raccontano le illustrazioni Family Grace (Pray), pubblicata in copertina del Ladies Home Journal dell’agosto 1938, alla cui ambientazione familiare austera si contrappone l’illustrazione Saying Grace, pubblicata sul Saturday Evening Post del 24 novembre del 1951, dove il raccoglimento prima del pasto avviene in un locale pubblico sotto gli occhi ormai quasi stupiti degli altri commensali.

Ovviamente la rappresentazione del Thanksgiving Day si salda con quello che accade intorno.
Nel novembre del 1945 la guerra è finita e la pace è tutta da costruire, un soldato torna a casa, non è giovane, è un veterano, ha l’aria di essere appena uscito da una barberia, calza mocassini stilosissimi, un po’ vissuti ma curati, ha una fila di nastrini appuntata sul petto che ne segnano le campagne fatte e il patch cucito sulla manica ci dice che è in forza all’Allied Force Headquarters del Mediterraneo, quindi si è fatto sicuramente l’Africa e l’Italia e forse anche la Francia.
Ma forse è solo tempo passato, un tempo che si annulla pelando patate come chissà quante volte aveva sognato di tornare a fare e temuto di non poterlo fare più, un tempo che si annulla nello sguardo della madre in una cucina che raccoglie tutto l’amore del mondo e, in qualche mondo, il trionfo della vita sulla morte.

1945 Thanksgiving mother and son peeling potatoes
1945 Thanksgiving mother and son peeling potatoes

La guerra lascia chiaramente il segno e nel nostro percorso attraverso il cibo immaginario di Norman Rockwell la raccontiamo in altre tre sue illustrazioni.
Le prime due riguardano il fronte interno, perché una guerra la combatte sempre anche chi rimane a casa, la terza invece ci riguarda da vicino.

Rosie the Riveter è un grande simbolo americano.
Rosie è tutte le donne che hanno portato avanti l’economia della nazione e che si sono cimentate in lavori prima impensabili, donne che hanno atteso, donne che hanno perso amori di una vita e che non hanno visto figli crescere, che hanno perso a volte tutto tranne, però, la voglia di esserci e di fare la propria parte.
Rosie non è il simbolo di una fraintesa emancipazione, come gli verrà assegnato a posteriori, perché Rosie non rivendicava nulla se non l’assoluta determinazione a non arrendersi.
Rosie è in realtà il soprannome di Rosina Bonavita, operaia alla Convair di San Diego, che una canzone del 1942 fa conoscere agli americani e che subito dopo viene adottata come simbolo della partecipazione femminile allo sforzo bellico americano. Sarà il pittore J.Howard Miller a darne la prima declinazione, ma anche Norman Rockwell che alla vena patriottica tiene molto la illustra a modo suo e, nell’universo simbolico del cibo, la accosta in versione saldatrice ad un americanissimo sandwich mangiato in un momento di pausa.

1943 Rosie the Riveter
1943 Rosie the Riveter

La guerra che si combatte a casa consuma avidamente notizie e, come ci ricorda l’illustrazione War News del 1944 – che avrebbe dovuto essere pubblicata sul Saturday Evening Post, ma che Rockwell non completò preferendo farne un’altra – in quel tempo il consumo delle notizie è spesso ancora un rito comune.
La scena si svolge in una tavola calda, un luogo collettivo non solo del cibo, ma di un modo di mangiare e di un modo di socializzare, dove il cameriere è insieme a un impiegato, a un postino della Western Union e a un fattorino.
Tutti sono intenti ad ascoltare la radio e, in quel momento, tra loro non ci sono più differenze né ruoli e non è una magia sociale, è semplicemente quello che accade sempre a tavola.

1944 War news
1944 War news

La terza immagine riguarda noi.
La scena si svolge in Italia, nel 1944.
Quella bambina la conosciamo, l’abbiamo vista tante volte, è uguale a tutte le bambine che hanno subito la guerra, gli stessi vestiti, le stesse braccine stanche abbandonate sui fianchi, lo stesso sguardo che ha visto troppe cose.
In qualche modo lei è una bambina fortunata, ha incontrato un soldato americano che cerca di tranquillizzarla e le dà da mangiare, perché dare da mangiare a chi ha fame è un linguaggio universale che non ha bisogno di parole.
Norman Rockwelllo sa bene e l’icona che dipinge è potentissima; è il ritorno alla vita che passa attraverso una tavola di fortuna, una tavola che in effetti non esiste, esistono solo due persone e una mano che imbocca una bambina spaurita, una bambina che mangia dopo chissà quanto tempo.
Una bambina fortunata perché sulla sua strada non ha incontrato i goumiers.
Di loro, delle altre bambine, di quelle che invece li hanno incontrati i goumiers nelle campagne del basso Lazio, a Fondi, a Esperia, ci ha raccontato Alberto Moravia ne La ciociara e ce le ha fatte vedere Vittorio De Sica, che quel romanzo ha fatto diventare un film dove il dolore e la tragedia hanno i volti di Sophia Loren, mamma, e Eleonora Brown, figlia.
Quella bambina è stata fortunata perché ha incontrato The American Way.
Venti anni dopo a Norman Rockwell verrà chiesto di illustrare immagini propagandistiche a sostegno dei soldati americani in Vietnam.
Si rifiuterà di farlo.

1944 The american way
1944 The american way

Norman Rockwell sofferma spesso il suo sguardo sui bambini.
Dopo la tragedia della guerra, il ritorno alla normalità è nell’illustrazione Boy in a dining car, pubblicata il 7 dicembre del 1946 in copertina del The Suturday Evening Post.
Il bambino è di buona famiglia, vestito bene, elegante nella sua giacca gessata da grande e i suoi calzini coloratissimi, in tasca ha un fumetto, omaggio a Felix the Cat in quegli anni molto popolare negli Stati Uniti, legge il menù e in mano ha un borsellino pronto a fare i conti per capire cosa può ordinare con i suoi soldi.
Il bambino ha dieci anni ed è Peter, il figlio di Norman che lui spesso fa comparire nelle sue illustrazioni e che in questa occasione inserisce in un’ambientazione legata al mangiare, la carrozza ristorante del treno, dove lo ritrae mentre diventa grande – perché scegliere sapendo cosa puoi spendere è una cosa da grandi – sotto gli occhi sorridenti del cameriere.
È appena il caso di notare che il cameriere è un nero; in quegli anni, in America, i neri possono suonare jazz, giocare a basket o fare i camerieri.

1946 Boy in Dining Car
1946 Boy in Dining Car

Qualche anno dopo, quando le ferite della guerra si sono andate a stemperare, la normalità ce la racconta l’immagine Day in a life of a little girl del 1952, dove vediamo la vita quotidiana di una bambina nell’America del benessere scandita dal mangiare in vari momenti; una banana addentata di corsa appena alzata, un morso all’hot dog – invenzione culinaria americana a tutto tondo – del fratello, il pop corn mangiato probabilmente davanti a un televisore – in America già nel 1939 la NBC aveva iniziato a trasmettere regolarmente -, una torta al cioccolato, un cestino con delle praline e infine, tornando al rapporto con la religione di cui abbiamo accennato prima, la chiusura della giornata che Rockwell prefigura con la preghiera serale.

1952 Day in a life of a little girl
1952 Day in a life of a little girl

Ma non tutti i bambini sono uguali.
Qualcuno sovverte le regole, qualcuno è un ribelle.
Qualcuno è un fuggiasco che vuole vivere di avventura e allora raccoglie in un fagotto le cose care, si arma di bastoncino per portarlo a spalla e affronta il mondo fino a quando la fame non lo fa arrampicare sullo sgabello di una tavola calda per mangiare qualcosa con gli spiccioli che si deve esser portato dietro.
Accanto a lui un poliziotto che gli parla e che si starà facendo raccontare la sua storia; davanti a lui il cameriere, che forse vorrebbe essere nei panni di quel bambino fuggiasco con tutti i sogni ancora in testa.
La pace sociale è ricomposta, la fuga non è un estraniamento, ma un’esperienza vitale che rientra nella crescita e che trova soluzione, ancora una volta, in un luogo del mangiare.
Il 20 settembre del 1958 The Runaway appare sulla copertina del Saturday Evening Post.
Ancora qualche anno e Norman Rockwell cambierà idea sul mondo.

1958 The runaway
1958 The runaway

Affrontare Norman Rockwell ci pone prepotentemente davanti alla domanda se la rappresentazione della realtà possa essere più reale e forte della realtà stessa.
La sua America è mai esistita, oppure quella che ci fa vedere è solo la creazione artefatta dal suo sguardo?
Personalmente rispondo senza dubbi.
Personalmente credo che Rockwell abbia saputo cogliere un’America profonda e sedimentata, alimentata da un quotidiano mediatico di cui lui è stato sicuramente un agente acceleratore.
Un’America nella quale i sogni sono anche pieni di contraddizioni.
Un’America dei sogni che lui aveva raccontato e della quale, dopo essersene innamorato, ha toccato con mano le contraddizioni, allontanandosene a 65 anni, nel suo ultimo periodo di vita creativa.

Artista tra i più grandi del novecento, le opere di Norman Rockwell sono ricercate e trattate nelle più importanti aste internazionali; il 4 dicembre 2013 il suo dipinto Saying Grace è stato battuto da Sotheby’s per 46,085 milioni di dollari.

Uomo di sogni e contraddizioni anche lui, Norman Rockwell ha avuto una vita straordinaria.
Nel 1977 gli viene conferita la più prestigiosa onorificenza civile degli Stati Uniti, la medaglia presidenziale della libertà.
Nel 1978 un enfisema polmonare se lo porta via, ma già da alcuni anni era stato colpito da demenza senile e viveva in un mondo solo suo.
Mi piace pensare che siano stati quelli gli anni dei suoi sogni più belli.

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