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Editoriale "Siamo ciò che mangiamo"

“Siamo ciò che mangiamo”

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Nessuno se lo ricorda. Il 2018 fu celebrato “Anno nazionale del cibo italiano”. Lo proclamarono due ministri, Dario Franceschini e Maurizio Martina.

Il programma dei due ministri prevedeva di attivare iniziative per far conoscere e promuovere i paesaggi rurali storici e le filiere agroalimentari. Lo stretto legame tra cibo, arte e paesaggio doveva essere il cuore della strategia di promozione turistica promossa dalla rete delle ambasciate italiane nel mondo che avrebbe dovuto evidenziare come il patrimonio enogastronomico facesse parte del patrimonio culturale e dell’identità italiana.

“Abbiamo un patrimonio unico al mondo – dichiarava in ogni sede il Ministro dell’Agricoltura Martina – Il legame profondo tra cibo, paesaggio, identità e cultura è alla base del nuovo progetto dei distretti del cibo”.  

Il ministro dei beni e delle attività culturali, Dario Franceschini annunciando l’avvio di una campagna di comunicazione social dei musei statali sottolineò “il ruolo fondamentale del rapporto, nei secoli, tra arti e enogastronomia, nella costruzione del patrimonio culturale italiano”. 

Confesso: noi di Moondo ci abbiamo creduto. Distretti del cibo, musei e arte: sono i temi su cui lanciammo il nostro progetto “Il gusto di Hermes”. Ma si sa, per avere successo non bastano le buone idee. Ci vuole il potere per realizzarle oppure una classe politica che abbia buone orecchie e non si limiti a fare promesse: evidentemente non abbiamo avuto nessuna di queste condizioni.

Ma noi di MOONDO siamo testardi e vogliamo riprovarci: ci siamo messi al lavoro e oggi usciamo con una rinnovata edizione di Mondo Mangiare. Con la redazione di Tiziana e Marida e dei soci editori Alessio, Alessandro e Roberto, e con un primo gruppo di intellettuali, manager e pubblicisti come Raffaele Aragona, Lamberto Baccioni, Marco Cingoli, Fabrizia Cusani, Carmine Laurenzano, Maria Antonietta Gaballo, Fabrizio Mangoni, Susy e Giuly Messina, Marco Panella, Veronica Ruggiero e gli Chef Salvatore Di Meo, Antonino Esposito e Eugenio Moschiano e la partnership di Teatro Naturale e Pecora Nera lanciamo la sfida per una nuova cultura del cibo, mettiamo in vetrina la tradizione gastronomica del Bel Paese, diamo valore ai nostri unici e irripetibili prodotti tipici partendo da una realtà imprenditoriale diffusa in tutto il territorio nazionale: l’impresa artigiana del cibo.

Un’impresa che costituisce il tessuto produttivo del mondo agroalimentare italiano, si è sempre trovata di fronte ostacoli che hanno impedito il successo pieno del suo prodotto. Infatti il problema principale è il valore del prodotto, perché non è sufficiente mettere a punto “prodotti specialità”, ma è necessario far nascere “mercati specialità”.

Pensare che basti fare il prodotto tipico o “naturale” e inserirlo all’interno di mercati competitivi per avere distintività e successo è assolutamente velleitario.

“Guadagnare con le nicchie non è affatto facile: di solito i cibi particolari vengono lavorati da piccole imprese, che fanno fatica a produrre grandi quantità di merce,e a distribuirla”, ha scritto il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, “è questa la sfida futura del settore agroalimentare italiano: continuare a puntare sulle diversità, riuscendo allo stesso tempo ad accrescere il volume della produzione e delle vendite”.

Ma una vera, forte innovazione, ancora una volta, passa per l’universo della Grande Distribuzione dove emergono idee e tendenze nuove: cambia il posizionamento da discount a supermercato, va in crisi l’ipermercato mentre riprende fiato il negozio di prossimità e hanno successo i prodotti “premium”. I progettisti sono al lavoro per costruire una nuova “dimensione” secondo la cultura del servizio al cliente, mentre i bayer promuovono audit sulla qualità per scegliere i propri fornitori e reindirizzare il food&retail, perché hanno capito che “vendere” alimenti sul vecchio scaffale “generalista” piace sempre meno e che cambiare non significa robotizzare lo scaffale o creare nuovi prodotti a marchio, ma è necessario cogliere i macro e micro trand del mercato che condizionano i comportamenti per costruire una comune strategia di retailer e fornitori per offrire al consumatore una reale possibilità di scegliere e la piena soddisfazione delle sue aspettative.

L’agricoltura mediterranea, nei suoi millenni di storia, ha dato i suoi frutti e gli uomini della nostra terra li hanno combinati così bene, da aprire le porte ad uno stile alimentare che tutto il mondo ci invidia. Che la Dieta Mediterranea abbia proprietà straordinarie per il nostro organismo non c’è dubbio e se qualcuno ne avesse ancora, ad eliminarli del tutto ci ha pensato l’Unesco, dichiarandola Patrimonio immateriale dell’Umanità.

Ma questo che stiamo vivendo è un periodo del tutto nuovo dove un virus sconosciuto ha messo in ginocchio il nostro Paese e non solo, condiziona le nostre vite per un tempo non certo e non definito, fa lo sgambetto appena rialziamo la testa, semina paura e morte. Costretti in casa vediamo come un momento di vitalità l’andare a fare la spesa e come un momento di distrazione e, forse di gioia, cucinare e spesso anche…ingrassare! E non servirà il Dietologo bensì un buon Nutrizionista

Ma abbiamo capito anche alcune cose fondamentali da non dimenticare quando la vita normale si riprenderà il nostro tempo. Dobbiamo imparare a difenderci perché oggi si chiama Covid 19 un tempo Sars o Spagnola, domani non sappiamo ma quel che invece sappiamo che si rifarà vivo, magari mutato. Dunque dobbiamo difenderci, per quel che possiamo, alzando e tutelando le nostre difese immunitarie! Una alimentazione sana e senza chimica per il nostro corpo di cui siamo gli unici veri conoscitori: mangiare bene, mangiare sano, mangiare nutriente, coccolarci con cibi sani e sicuri, poterci fidare di chi quel cibo lo fa.

Ma se l’alimentazione è decisiva per la salute, se dipende da una corretta alimentazione il buono stato del nostro sistema immunitario, allora è della massima importanza la sicurezza e la qualità. Il problema da risolvere è la garanzia per il consumatore e quindi la professionalità e la responsabilità di quanti producono il cibo. Per questo ci vuole una diversa legislazione, un mercato del cibo rigorosamente controllato e una Scuola delle arti e dei mestieri del cibo. 

Il progetto di una Scuola centrata sull’apprendistato, sul recupero di mestieri antichi restituendo significato all’artigianato. Mastri oleari, enologi, panettieri, norcini, casari possono riconquistare quel prestigio che storicamente la nostra società ha riconosciuto loro, perché sono i protagonisti della gastronomia italiana. Con una scuola che si ispira alle botteghe rinascimentali i partecipanti potrebbero avere la possibilità di imparare direttamente dai maestri un mestiere che può definire l’identità della propria vita.

Il gusto, il piacere, lo stile, il modello “Italia” è ri-conosciuto e ri-cercato in tutto il mondo.  L’agroalimentare, insieme alla moda, ai beni culturali e al turismo, possono essere la chiave per una ripresa della produttività e per una crescita del mercato interno e fattore di sviluppo del made in Italy sul mercato internazionale contribuendo ad una definitiva uscita dalla crisi della nostra economia






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