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Orti sottomarini, fattorie sotterranee, fabbriche di ortaggi e verdure spaziali. Come saranno le coltivazioni del futuro?

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Il suolo, uno dei biosistemi più complessi in natura, casa di un terzo delle specie viventi, oggi è a rischio. La più grande riserva di carbonio del pianeta dopo gli oceani, che filtra l’acqua piovana e la rimette in circolo pulita e potabile regolando il clima, è in una condizione di forte criticità.

Abrasione, inquinamento, salinizzazione e un’urbanizzazione aggressiva, stanno causando il suo inesorabile degrado. Il primo duro colpo sferzato ai terreni risale alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Quando l’industria bellica fu convertita nella produzione di fertilizzanti di sintesi e antiparassitari, il suolo è stato così “impoverito”.

L’uso di pesticidi, erbicidi, semi ad alto rendimento ha sì garantito una resa di gran lunga maggiore, ma ha anche compromesso la biodiversità del terreno, che per troppo tempo è stato considerato una semplice base su cui coltivare, trascurando la delicatezza degli equilibri ambientali.

È pertanto necessario, come dichiarato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres “ripristinare e proteggere il fragile strato di terra che copre solo un terzo del nostro pianeta, ma che può alleviare o accelerare la crisi che stanno affrontando il clima e la biodiversità”.

Occorre dunque pensare a metodi alternativi per le coltivazioni del futuro e il futuro è oggi. In tutto il Mondo si sta lavorando su nuovi modelli di coltivazione, con l’obiettivo di superare le difficoltà legate ai possibili cambiamenti climatici.

Coltivazioni di piante terrestri in ambienti estremi, che possono affiancare i tradizionali sistemi agricoli, o addirittura sostituirli in quelle aree in cui le condizioni economiche o ambientali rendono difficile la crescita di specie vegetali a livello del suolo, garantendo così l’accessibilità alle risorse alimentari fondamentali per vivere, a tutte le persone che si trovano in posti della Terra dove le condizioni sono estreme e di forte povertà.

A rendere possibile tutto ciò lavorano realtà come l’italiana Nemo’s Garden, nata nel 2012 da un’intuizione di Sergio Gamberini, fondatore dell’azienda di attrezzatura subacquea Ocean Reef Group.

Gamberini volle unire due delle sue passioni: la subacquea e il giardinaggio e con l’aiuto del suo team dell’Ocean Reef Group, iniziò nel 2012 a sperimentare, ancorando biosfere trasparenti a 20 piedi sotto la superficie del mare e riempendole d’aria.

Una vera e propria fattoria subacquea “composta da 6 capsule trasparenti riempite d’aria, ancorate al fondo del mare mediante catene e viti, appena al largo della costa di Noli, in Liguria. Strutture simili a grandi palloncini, che contengono circa 2.000 litri di aria e galleggiano a diverse profondità, tra 15 e 36 piedi sotto la superficie dell’acqua. Ogni biosfera ha una griglia di gradini in cui i subacquei possono operare. 

Quando un subacqueo si trova nella biosfera, metà del suo corpo è fuori dall’acqua. All’interno delle biosfere, l’acqua si condensa sulle pareti interne, gocciolando nuovamente verso il basso per mantenere le piante annaffiate, mentre la temperatura del mare calda e quasi costante tra il giorno e la notte, crea le condizioni ideali di crescita”.

L’elevata quantità di anidride carbonica agisce sulle piante facendole crescere a ritmi molto rapidi e in assenza di parassiti ed insetti, consentendo di risparmiare anche l’uso di antiparassitari e insetticidi. La grandezza e la serietà del progetto italiano hanno richiamato l’attenzione anche sul lato della ricerca. 

Le biosfere sono state già affittate ad aziende farmaceutiche che desiderano esplorare questa soluzione alternativa nella coltivazione di piante. 
“Ogni anno, stiamo scoprendo nuove possibili applicazioni per le biosfere”, ha dichiarato Gianni Fontanesi, coordinatore del progetto al Nemo’s Garden.
Oltre all’ecoturismo, la piscicoltura, l’allevamento di alghe, potrebbero infatti essere usate come laboratori di ricerca scientifica o stazioni sottomarine per il monitoraggio della fauna selvatica.

Anche a Londra, a 33 metri di profondità sotto le strade di Clapham, quartiere nel sud-est della capitale britannica, esiste una fattoria hi-tech sotterranea.

La Growing Underground ha ricavato all’interno di vecchi rifugi antiaerei delle serre che, sfruttando la particolare posizione e la temperatura costante a 16 gradi, permettono un’ottima resa in tutte le stagioni.

La fabbrica utilizza un sistema idroponico (una tecnica in cui la terra è sostituita con un substrato inerte) e un complesso di luci LED per coltivare una gamma di vegetali che include sedano, rucola, prezzemolo, radicchio e piante di senape, senza l’impiego di pesticidi e con il minor dispendio energetico possibile.

Nella prefettura di Miyagi in Giappone, 17.500 luci led al posto del Sole, robot e tute anticontaminazione vengono invece utilizzati nella coltivazione indoor ricavata in un ex stabilimento industriale.

La compagnia, specializzata in produzione agricola, ha allestito una gigantesca coltura di insalata, capace di produrre 10 mila cespi di lattuga al giorno con il 99% di acqua in meno di quella richiesta da un campo tradizionale e una riduzione dell’80% del cibo sprecato.

L’intento della Mirai Group è riuscire a installare nuove versioni della serra a Hong Kong e in futuro anche nell’entroterra cinese, in Russia e Mongolia.

L’esperimento più ambizioso resta però quello di coltivare piante nello Spazio. Creare le condizioni ottimali per la colonizzazione di un altro pianeta e consentire così agli astronauti di effettuare missioni interplanetarie, è infatti l’obiettivo degli Scienziati che collaborano con le agenzie Spaziali.

Team di esperti lavorano alla riproduzione di parametri biologici, chimici ed ambientali per la coltivazione delle piante nello Spazio.

Trovare soluzioni per garantire adeguati approvvigionamenti agli esploratori spaziali attraverso la coltivazione di piante in ambiente extraterrestre, è il progetto sul quale si lavora in Italia dal 2019, nel laboratorio all’avanguardia del Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II a Portici.

Il progetto, finanziato dall’Agenzia Spaziale Europea con il supporto dell’Asi si avvale di una Plant Characterization Unit, ovvero una camera di crescita in cui è possibile emulare le condizioni di vita nello spazio di alcuni ortaggi quali per esempio lattuga e pomodori per carpirne la possibilità di crescita e sopravvivenza.

Che in un prossimo futuro si possa gustare uno spaghetto di Gragnano con il “tipico” pomodorino delle Valli Marineris del Pianeta Marte?

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